Quel mattino, Clara, camminava lentamente verso la fermata dell’autobus. Era tranquilla. Aveva lasciato Ylenia intenta a giocare sull’ampio, variopinto tappeto del salotto, sotto l’occhio vigile ed amorevole della nonna paterna.

Era solo riuscita a ghermirle un bacetto distratto e si era ritrovata in strada, diretta verso quell’ufficio, che l’avrebbe tenuta prigioniera per il resto della giornata.

Ad ogni passo, gli occhi ed il cuore, si riempivano della magia che sprigionava la natura nel suo primaverile risveglio. Le gemme, il tiepido sole, la brezza leggera che scompigliava i capelli..; tutto sembrava adoperarsi per far dimenticare la cupa tristezza dell’inverno. Anche lei, si sentiva intimamente diversa, ridestata. Lo sguardo si posava vivace e grato sul manichino che sorrideva enigmatico dalla vetrina, sul timido fiore rosso che sembrava voler illuminare, nell’unico vaso, il piccolo balcone spoglio. Accarezzava con tenerezza la vecchietta dall’incedere incerto, che procedeva appoggiandosi pesantemente al bastone, seguiva il ragazzetto che si esibiva temerario ed eccitato, in acrobatiche impennate sul motorino nuovo, con il ciuffo scomposto, le gote scarlatte. Si soffermo'  ad osservare un giovane padre alle prese con le bizze del figlioletto paffuto e stizzoso.

Nubi tempestose oscurarono, repentinamente, la vivida luce solare. Il cuore si contrasse in uno spasmo doloroso e, nella pellicola oscurata della sua infanzia, ricercò la luce di un ricordo piacevole del suo.

Frugò nei meandri più reconditi alla ricerca di un bacio, di una carezza, di un gesto rassicurante ed affettuoso; ma nulla era rimasto impresso, nessuna dolce impronta del passaggio del padre nella sua infanzia.

La pellicola riprese a prendere luce sulle sue furiose discussioni con la mamma, sulla presenza di altre donne che minavano sempre più pericolosamente il già precario e fragile equilibrio familiare e quella  che un giorno lo spezzò definitivamente, portandoselo via.

Si snodò sulle lacrime della mamma, sul senso di vuoto, sul suo lento, progressivo declino e in quel nuovo sentimento che si insinuava nel cuore come una serpe lacerandolo, così lontano dall’amore, così vicino all’odio.

Dal carnet dei suoi affetti, suo padre l’aveva cancellata. Un’altra moglie aveva spezzato quel filo sottile che avrebbe dovuto saldamente legare per la vita un padre alla sua creatura.

Il dolore, la rabbia, avevano eretto un muro di negazione nei suoi confronti, donazione verso coloro che cercavano di ridonarle la speranza, la gioia, l’esuberanza, l’affetto.

Sul nastro, si impresse inesorabile, lo scorrere degli anni. Si soffermò su nuovi lampi di vita; un abito bianco con rose di velluto in rilievo, un bouquet trattenuto con trepidazione, una navata di chiesa resa magica, irreale dal profumo intenso dei fiori e dalle dolci note dell’Ave Maria. Scivolò su nuovi, giornalieri problemi e sul  dolce, importante ruolo…. quello di mamma.

Il ricordo del padre si arenò, avvolto dall’oblio. Clara sapeva di non volerlo mai più rivedere, che mai gli avrebbe permesso di conoscere la sua bambina.

Ormai, troppo tempo era passato … Più trascorreva, più il solco si faceva profondo, la ferita insanabile, il perdono impossibile.

Un giorno poi..., quella telefonata. Uno scoppio di pianto.., una voce incerta, timida che pronunciò quelle parole volute da una vita:

" Sono io, Clara, il papà..!"

Parole sognate da sempre che suggellassero una nuova pace, ma inutilmente attese.

Il telefono a mezz’aria; sbigottimento, perplessità. La gola di Clara non riuscì ad emettere un solo suono.

Avrebbe voluto gridargli : " Vai... Vai dove sei stato fino ad ora...! Non mi hai fatto  già abbastanza male? Perché ritorni ora che non sono più bambina, che non ho più bisogno di te ?".

Avrebbe voluto buttargli in faccia la morte della mamma nel tentativo di fargli abbattere, col rimorso, quello che era stato il suo cinismo, l’indifferenza precedente; ma restò lì, ferma, il cuore in subbuglio, confusa da un vortice di sensazioni e pensieri.

-" Ho ancora la foto di quando eri bambina..!" – le disse.

-" Sono cambiata, papà, sono trascorsi tanti anni…forse un giorno… potrai rivedermi…!"-

Un lungo silenzio, poi nuovamente la voce di suo padre.. - " No Clara, io...non potrò più farlo...! Vivo nella più completa oscurità, nella condizione in cui non c’è più il sorgere del sole la mattina, né il rosa del tramonto all’orizzonte. Ogni fiore che sboccia ha, per me, il colore delle tenebre, dell’immaginazione; ma l’oro dei tuoi capelli, piccola mia, il rosa delle tue guancette, sono rimasti vividi negli occhi, nel cuore, nel tempo. Perdonami …!"-

Nella mano la cornetta tremò. L’altezzosa ribellione iniziale, lentamente scemò per cedere il passo ad una pena infinita, un’indicibile desiderio di lenirgli quel dramma.

-"Ti voglio bene, papà..!" - gli mormorò e si rese, con stupore conto, che quelle parole erano  sgorgate dal cuore sincere, dettate dalla spontaneità e dal perdono.

Un singhiozzo sommesso , le giuse al di là del filo.

Fu una debole, vecchia, stanca voce che sussurrò quel " Grazie..!" e a Clara, sembrò di vederselo davanti plasmato da un’umiltà nuova e sconosciuta che lo rendeva piccolo e indifeso. Provò l’impulso irrefrenabile di abbracciarlo e glie lo disse.

Uno stridìo di freni. L’autobus si fermò per farla salire. Sul sedile accanto al suo, un anziano signore, in elegante soprabito cammello, teneva sulle ginocchia una piccina dalle treccine castane.

La donna lo guardò con tenerezza. Un giorno anche ad Ylenia avrebbe parlato di suo nonno. Un nonno sublimato dal suo perdono, che era riuscito a stringere fra le braccia, ad accarezzare, a scoprire i teneri, sconosciuti, infantili lineamenti della nipotina.

Un libro schiuso su un capitolo a metà, le cui pagine furono sfogliate troppo rapidamente dal vento gelido del destino, portando, inesorabilmente, troppo presto, la parola fine.

L’autobus si fermò.

Mai le era parso così breve il tragitto, immersa nei suoi pensieri. Clara ne discese e si diresse, con passo spedito, verso il palazzo, l’ufficio.

Esitò un istante, poi varcò la soglia.

Il pesante portone scuro, si richiuse dietro di lei, separandola inevitabilmente dai ricordi e dagli inespugnabili, nostalgici fantasmi di un passato ancor troppo presente ed incancellabile.

 

 torna a Racconti